home2026manzi

Oggi il ministro Tajani è venuto a riferire in Aula sulla tragedia di Crans-Montana. Parole di cordoglio, di vicinanza alle famiglie, di impegno dello Stato perché verità e giustizia non restino solo promesse. Parole doverose. Ma mentre ascoltavo, da marchigiana, il pensiero non poteva che tornare a Corinaldo. A quella notte dell’8 dicembre 2018, alla Lanterna Azzurra. Sei vite spezzate: cinque ragazze e ragazzi giovanissimi e una madre di 39 anni. Decine di feriti. Una tragedia che ha segnato per sempre una comunità intera e che, a distanza di sette anni, continua a interrogare la coscienza del Paese. Crans-Montana e Corinaldo non sono “incidenti”. Sono il risultato di mancanze precise: controlli che non hanno funzionato, regole ignorate, responsabilità non assunte. Sono tragedie che potevano e dovevano essere evitate. Ed è questo il punto più duro, più scomodo, ma anche più vero. Oggi le famiglie delle vittime di Corinaldo hanno scritto parole che non possono essere archiviate come un atto formale. Hanno espresso vicinanza alle famiglie di Crans-Montana, perché solo chi ha vissuto un dolore così può riconoscerlo davvero negli altri. Ma hanno anche detto una cosa grave che ci invita a riflettere: in questi anni, si sono sentite spesso sole. Quasi dimenticate dallo Stato, La prevenzione non è uno slogan. La sicurezza non è burocrazia e deve accompagnarsi all’accertamento della verità Sono doveri. Verso chi non c’è più e verso chi verrà dopo. Perché ogni controllo mancato, ogni norma non applicata pienamente non è solo un fallimento amministrativo: è una ferita aperta nella fiducia dei cittadini. Le famiglie di Corinaldo continuano una battaglia che non riguarda solo loro. Riguarda tutti noi. Riguarda il diritto dei nostri figli di uscire di casa per divertirsi e tornare vivi. Riguarda l’idea stessa di uno Stato che non volta lo sguardo dall’altra parte quando il clamore mediatico si spegne. Oggi diciamo con forza che non li dimentichiamo. Che Corinaldo non è passato. Che Crans-Montana non deve diventare “un altro caso”. La vicinanza alle vittime deve tradursi in atti concreti, in responsabilità chiare, in un impegno reale perché tragedie simili non accadano mai più. La memoria, da sola, non basta. Serve giustizia. Serve sicurezza. Serve uno Stato che non lasci solo nessuno. Che non si dimentichi.
"Oggi assistiamo ad un ulteriore tentativo da parte del governo Meloni di centralizzare e comprimere le autonomie locali in un settore delicatissimo come quello dell'istruzione. La convocazione degli assessori all’istruzione di quattro regioni amministrate dal centrosinistra, con l’intento di imporre dall’alto scelte che riguardano direttamente il futuro delle scuole, è una manovra inaccettabile che dimostra ancora una volta la scarsa attenzione di questo governo alle specificità territoriali e alle reali necessità del sistema scolastico. Le scelte di dimensionamento scolastico, che oggi vengono sollecitate attraverso un’azione unilaterale e autoritaria, non sono un semplice problema di numeri. Sono una questione di equità, di accessibilità, e di qualità educativa. La scelta del governo di procedere alla nomina di un commissario ad acta per le regioni Emilia-Romagna, Sardegna, Toscana e Umbria sembra voler ridurre ogni questione a un semplice calcolo matematico, ignorando le peculiarità geografiche, sociali e culturali che ogni regione porta con sé. Sarebbe stato preferibile ad un’azione burocratica l’apertura di un processo politico di dialogo e di confronto con gli amministratori locali. Non si può ignorare che in molte di queste aree le scuole sono l’unico presidio pubblico, e ogni decisione che vada a compromettere la loro efficacia e presenza sul territorio avrà ricadute gravissime per studenti, famiglie e intere comunità. Invece di agire come un governo che ascolta e dialoga, la destra si è arroccata in una logica di imposizione, minacciando addirittura il commissariamento delle regioni che non intendono seguire il suo diktat. Del resto le stesse disposizioni sul dimensionamento scolastico sono state riviste e ritardate in questi anni da parte del governo, a conferma di una norma che avrebbe bisogno di profonde modifiche e cambiamenti. Noi crediamo che ogni misura che riguarda l’istruzione debba essere il frutto di un vero confronto, di un’analisi attenta delle esigenze dei territori e di una visione condivisa del futuro della scuola italiana. Le scelte del governo non possono essere imposte senza una reale discussione, senza ascoltare chi vive quotidianamente i problemi delle scuole e delle famiglie. In questo senso, ribadiamo la necessità di rivedere le norme sul dimensionamento scolastico, valorizzando l’autonomia delle regioni e l’ascolto degli amministratori locali. Il governo Meloni deve capire che il dialogo è la via maestra, non l’imposizione".
Nella seduta notturna cui ci ha costretto una maggioranza incapace di approvare una legge di bilancio seria e utile per il Paese, il Governo ha integralmente riscritto e svuotato di contenuto il nostro ordine del giorno sull’istruzione, cancellando impegni concreti a sostegno di studenti e famiglie. Non abbiamo accettato una riformulazione che legittimava politiche insufficienti con tagli per 600 milioni nel prossimo triennio, colpendo anche l’edilizia scolastica. Avevamo chiesto interventi seri su comunità educanti, caro libri, trasporti e mense: di fronte a queste responsabilità il Governo continua a fuggire. Questa è l’amara verità.
Lunedì uno studente si è suicidato a seguito di violenze subite a scuola, oggi un un altro è stato accoltellato fuori da scuola. Oltre ad esprimere una vicinanza sentita alle famiglie non possiamo non interrogarci su quanto avvenuto e sulla funzione della scuola. A cui certo non si può scaricare ogni problema che spesso si sviluppa altrove. La scuola rimane il principale pilastro educativo. Quando parliamo di emergenza culturale noi intendiamo questo. La funzione della cultura, tanto bistrattata o ridotta a strumento di economia o di intrattenimento, è invece esattamente quella di dare a ciascuno e a ciascuna gli strumenti per interpretare la società e per capire se stessi. Per trovare dei riferimenti valoriali di fronte al disagio e allo smarrimento che attraversa l’adolescenza e per contrastare la prevaricazione e la violenza. Ogni storia è a sé ma siamo dentro a questo smarrimento. Che richiede di potenziare ogni strategia educativa possibile invece che rifugiarsi nella facile retorica della sanzione e della punizione.
“Siamo molto preoccupati per una manovra che, al di là dei soliti annunci roboanti, prevede tagli di spesa, aumento di tasse e sacrifici per famiglie e imprese. I tagli ai ministeri indicati nel Dpb consegnato a Bruxelles dovrebbero valere nel 2025 circa 2,5 miliardi di euro. Questo significa tagli lineari di spesa a partire da cultura, istruzione e università che già nelle scorso leggi di bilancio sono state oggetto di mancati investimenti e tagli. Se sommiamo questi tagli al sacrificio richiesto agli enti locali, già tartassati pesantemente dall’ultima manovra, temiamo che non saranno più garantiti importanti servizi ai cittadini”. Lo dichiara Irene Manzi, responsabile Scuola nella segreteria nazionale del Pd e capogruppo dem in commissione Cultura di Montecitorio. “Ribadiamo con forza che togliere ulteriori fondi a questi comparti, già sottofinanziati, sarebbe un grave errore. A scuola, università e cultura mancano risorse e sono comparti che non possono sopportare ulteriori tagli. L’Italia è indietro rispetto alla spesa per l’istruzione in rapporto al PIL, e occorrono investimenti per colmare questo divario, non tagli. Non è condivisibile una legge di bilancio che incide negativamente, ancora una volta, sui comparti del sapere, della conoscenza e della cultura, definiti sempre strategici nelle dichiarazioni ma marginalizzati nelle scelte di spesa”, conclude.

Pagina 1 di 4